Quando stamattina ci siamo imbarcati su un aereo per raggiungere la città boliviana dal nome dolce, Sucre, non immaginavamo certo che avremmo trascorso il resto della giornata tra giganteschi animali preistorici. Alle 9,30 abbiamo salutato la capitale più alta del mondo, Sua Altezza La Paz, che fuori dall'aeroporto c'erano più o meno 2 gradi sopra lo zero e un sole luminoso.

L'aereo si è alzato in volo dolcemente, mentre noi incrociavamo le dita perché a questa quota (l'aeroporto di La Paz si trova a 4050 metri sul livello del mare) a decollare si fa fatica a causa dell'aria rarefatta, e ci vuole pista lunga ed aereo efficiente.
All'aerostazione di Sucre un piccolo dinosauro faceva gli onori di casa. Il primo di una grande famiglia che avremmo conosciuto di persona più tardi.
Con un taxi abbiamo raggiunto il centro storico di Sucre fermandoci davanti al “Mi Pueblo Samary”.
L'ingresso nell'albergo è un tuffo nella Belle Epoque: a sinistra, da un attaccapanni di legno in stile viennese sbocciano una decina fra cappelli e scialli appartenuti certamente a distinte signore di cento anni fa, di cui questi muri potrebbero forse raccontarci la storia.
Il bancone della reception poi, è sovrastato da un'arcata con volute di stucco bianco e una data: 1876. Su un grosso quadro di ceramica, a lato, c'è una scritta semplice e deliziosa il cui intento è far sentire l'ospite in un luogo intimo, sicuro come a casa propria.


La stanza si affaccia su di un' ampia balconata comune che delimita un patio. L'edificio, un'antica casa di epoca coloniale, ha davvero la struttura di un piccolo microcosmo a se stante, e guardando giù notiamo che ha persino una piccola chiesa interna e i giardinetti.
Alzando lo sguardo, rimaniamo poi senza fiato ad ammirare i campanili eleganti e la distesa di tetti dalle tegole color cipria e mattone che ricoprono l'area del centro storico.
Questa città, capitale costituzionale della Bolivia, sede della Corte Suprema di Giustizia e soprattutto luogo dove il 6 agosto del 1825 fu firmata la Dichiarazione di Indipendenza, oggi appare da quassù particolarmente suggestiva. In lontananza si vede una corona di colline e ci ricordiamo di aver letto che Sucre è stata costruita su sette colli, come Roma. “Patas” si chiamano in lingua Quechua.

Ma prima di questi avvenimenti, la città aveva nome Charcas per i ricchi colonizzatori spagnoli che la abitavano nei secoli XVII e XVIII, ed era la sede del più potente Tribunale della colonia spagnola e del principale arcivescovado d'America. Era, scrive Eduardo Galeano, “La città più appariscente e colta dell'America del Sud”. E prosegue raccontando che le signore appartenenti alle ricche e nobili famiglie di origine spagnola davano banchetti e “facevano a gara nel dissipare le favolose rendite prodotte dalle loro miniere di Potosì e, quando le sontuose feste giungevano alla fine, gettavano dai balconi il vasellame d'argento e talvolta anche gli oggetti d'oro perché venissero raccolti dai passanti più fortunati” (E. Galeano, Le vene aperte dell'America Latina)


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http://es.wikipedia.org/wiki/Sucre#mediaviewer/Archivo:Indepedence_treaty_of_Bolivia.jpg
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Ci piacerebbe entrare nella “Casa della Libertà”, ma non potendo per questioni di orari visitare l' edificio dove fu firmata la Dichiarazione d'Indipendenza cambiamo decisamente genere e decidiamo di risalire, per una volta, addirittura all'epoca giurassica...anzi, cretacica.



A tratti la strada non è asfaltata. C'è pure il vento e si alza un polverone infernale che riusciamo a evitare solo perché avevamo scelto di sederci al piano superiore. Il variopinto carrozzone è costretto a finire la sua corsa quando un gruppo di manifestanti sbarra la strada.







Dai temibili animali - per fortuna solo
riproduzioni innocue – provengono muggiti e barriti decisamente
inquietanti che suscitano una certa impressione e danno un'idea
precisa di cosa doveva essere la Terra cento milioni di anni fa.


Ci aspetta paziente, per riportarci sani e salvi nella Sucre
dell'anno 2013.